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Salviamo il selvaggio che c'è in noi

 

Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell'assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e una cultura puramente civili; vorrei considerare l'uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante, e non come membro della società. La società civilizzata è solo una piccola parte della Natura e per questo è in grado di stimolare solo una piccola parte del nostro essere uomo.

Dico questo perchè penso che non riuscirei a mantenermi in buona salute, sia nel corpo che nella mente, se non trascorressi almeno una parte della mia vita vagabondando per i boschi, per le colline e per i campi, totalmente libero da ogni preoccupazione civile. Nei miei vagabondaggi il mio stato d'animo si innalza in misura proporzionale al livello di incontaminazione del paesaggio, mi nutro di un'energia non definibile e non misurabile, riscopro la mia essenza di uomo  ritrovando me stesso. 

Camminando mi dirigo naturalmente verso i campi, i boschi ed i sentieri più ardui, non comprendendo chi pensando alla natura cammina unicamente in un giardino pubblico o lungo un viale alberato cittadino. Questi sono artefatti umani, figli di una natura artificiale fatta di aiuole, di giardinieri, di umani e di cani schiavi, di leggi, di divieti, di attentati alla libertà in nome e per il bene della collettività. La natura vera non è dov'è visibile la politica.

Ma è inutile dirigersi verso la natura, se non sono i nostri passi a condurci; è inutile dirigersi verso la natura se si ha paura di ritrovare se stessi. L'uomo ha bisogno di ampi spazi attorno a se, e vivere la natura è un tentativo di appropiarsi di uno spazio geografico esistenziale che si trasforma in una crescita personale ed intellettuale. Non è importante quanti chilometri si percorrono, l'importante è vivere in maniera empatica ed intuitiva la Natura. Questo ha come effetto l'ampliamento del nostro stato mentale interiore, del nostro modo di leggere la particolarità delle cose.

 

Da una parte c'è la città, dall'altra la natura selvaggia, l'uomo per la propria salute ha bisogno di riscoprire che fa parte della natura...anch'io sono addomesticato ma spesso sento la necessità di riscoprire il mio selvaggio... 

Son sicuro che c'è un selvaggio primitivo in ognuno di noi, il mio consiglio è quello di lasciare ogni tanto la civiltà per ritrovare il nostro "io selvaggio" in piena sintonia con la natura.

 

 www.albertofatticcioni.com  

 


Posted 09-28-2008 1:44 by AlbertoFatticcioni

Comments

Lorenzo Di Maio wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 09-29-2008 2:43

Hai perfettamente ragione Alberto, quanto ti capisco, anche io sono cresciuto nel bosco!

Il problema, purtroppo, è che tante, troppe persone hanno perso ogni contatto e ogni voglia di Natura.

Ormai sono troppo lontane dalla loro essenza, non sentirebbero la vera energia del bosco, non godrebbero della libertà intima che ti regala stare a contatto con il silenzio, gli odori, rimarrebbero attaccate alla loro quotidianità, non si lascerebbero andare.

Avrebbero bisogno di una guida che le aiutasse a ricongiungersi con la loro parte selvaggia... ;)

AlbertoFatticcioni wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 09-29-2008 7:48

Hai ragione Lorenzo,

è difficile apprezzare qualcosa che non si conosce.

Ed il problema è proprio questo, molte persone purtroppo non conoscono e non si riconoscono nella Natura

paolo di nardo wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 10-04-2008 10:29

smarrirsi nella natura è una risorsa ma anche una metodica che vale anche per la città. Walter Benjamin scrive : "orientarsi in una città non vuol dir molto ma smarrirsi come ci si smarrisce in una foresta è cosa tuta da imparare" .

"smarrirsi" è quindi uno stato mentale di chi riesce a eliminare gi stereotipi e le regole per conoscere e scoprire ciò che è nascosto agli occhi degli altri.

Sono un essere urbano che sa smarrirsi in esso ma credo che il viaggio nella natura sarebbe la vera ricerca dello smarrimento interiore. un saluto "smarrito"

karin wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 10-06-2008 3:47

Non c’è il benché minimo dubbio che siamo mente e corpo in pari equità bisognosi di rivelarci nelle menti degli altri per meglio ritrovare noi stessi.

In uguale misura corpo e mente ha bisogno, parlo al singolare non per una mancata o insufficiente comprensione grammaticale ma perché si tratta di un'unica entità qualora la vogliamo completa e sana. Questa entità ha bisogno di rigenerarsi nella natura, per esser disponibile a creare legami sani, per acutizzare i suoi sensi, eredità di millenni, per affilare l’istinto e ricaricarsi nel silenzio e riposo profondo, come solo il perfetto silenzio e l’assenza di altri permette. Cose rare che la civiltà spesso non può offrire, ma soprattutto pensa di poterne fare completamente a meno. Molte delle ansie ti cui parlavi in un’altro intervento son dovute a questi effetti da iper - civilisazione che non lasciano spazio all’uomo naturale.

Creatività, intuito, pensare fuori dalle righe precostituite viene  da questi atti culturali rilegato in un ambito intellettuale gia conosciuto, cosi depauperato della sua vera rivoluzionarietà. Mi riferisco a religione, morale, etica,leggi e scritti derivanti da questi dettami, ad immagini/stereotipi  visivi e comportamentali di tutti tipi fuorché quelli che ti ricordano che sei, e che sei unico e che la ricchezza sta in te non fuori di te! La natura ti insegna questo.

Convenzioni atte a far funzionare gruppi e massa possono sopravvivere solo a costo dell’omologazione dell’individuo, aggiungerei con una predilezione di questi “memi” a preferire cervelli maschi, più inclini a una vista del mondo mono - indirizzato meno capace a vedere l’insieme delle cose ancor meno capace a inserirvi spazi  d’amore, di dedizione, di ascolto, di dimentico regalarsi a chi ti sta al cuore. Cosa solo possibile a individui consapevoli e ricchi di se stessi. Io son convinta dell’insuperabile unicità dell’individuo.

Indispensabile creatura, esercizio di sana contrapposizione, in base alle nostre effettive necessità biologiche e di essenza individualistica in ogni sua forma, alla cultura e urbanizzazione con le sue regole spesso astratte, non a misura  dei bisogni dell’individuo ma del omologato impositore del turno. Sotto gli occhi di tutti noi l’evidente disagio psicologico e comportamentale di una gran parte di ominidi civilizzati alle prese con alcol, psicofarmaci, droghe e comportamenti inclusi quelli sessuali che portano ad infelicità.

Vien da chiedermi spesso se sanno che son vivi e che questo può essere una straordinaria occasione a plasmare il meglio del sapere, il meglio del essere,  l’eccezionale.

L’uomo non è, ma diventa ciò che riesce a fare con se. Ciò che pensa, come lo pensa. Le informazioni che raccoglie, come le raccoglie. La curiosità che gli è congenita e come la soddisfa. Il dubbio che nutre e come cerca di risolverlo. Ciò che mangia. Come fa l’amore. Come tratta l’altro e come vien trattato. La comunità è importante per l’uomo a pari passo con il silenzio e la solitudine. Condizione essenziale per rielaborare e comprendere le impressioni, le informazioni, le esperienze vissute, nonché fonte di creatività e pensiero nuovo. Preziosa fonte inestinguibile di energia vitale.

Questa fonte è a portata di tutti.

Meglio se si tratta di un essere cogitante, emotivamente percettivo, d’intelletto ed istinto affilato, ma non è una condizione esenziale, perché la natura è molto indulgente rispetto ai valori civili non lo è con la deliberata ignoranza.

Chi vive  unicamente in ambiente civilizzato abnega ed infine fa morire capacità intuitive, emotive, istintive. Le fa diventare bonsai.

Abnega l’onnivoro e le sue esperienze olfattive, gustative, visive, tattili e uditivi.

- tutto è preconfezionato in un modo o l’altro da esigenze produttive di aziende che devono far guadagnare gli azionisti e gli amministratori. Meglio se c’è un gran trambusto musicale e un po’ d’alcool  (o altra droga, o stereotipi a cui omologarsi) perché questo mette in agitazione positiva quei riflessi ancestrali, il gruppo e le sue imposizioni, per cui diventa facile preda di consumi inutili.

Abnega sensazioni vere come la paura (d’esser aggredito, mangiato, ferito, paura dell’ignoto, dell’imprevisto, del “ da superare”)

– la morte non può essere menzionata, è stata rinchiusa negli ospedali, non muore più nessuno a casa; né c’è la soddisfazione di saperselo cavare da se. Qui parlo specialmente per i ragazzi a cui manca il confronto con la natura e per tutta risposta scelgono, cosa altro gli rimane da fare, giuochi virtuali di una violenza inversamente proporzionale la realtà. Dove trovano una pietra miliare che gli conferma il loro valore, l’audacia, la competenza? Saltare un rigagnolo e non bagnarsi o scivolare rimane per molti fuori portata!

Abnega il senso materno.

- è stato insegnato alle donne, mettendo lo specchio per allodole che si chiama parità dei diritti, che possono fa carriera e bambini. Chi ci rimette al dunque è lei ed il bambino. Quando c’è il bambino (non parliamo del secondo) e vuole/deve lavorare fa l’amara esperienza d’essere divisa in due: né il lavoro riesce quanto si vuole o almeno costa un impegno energetico sovraumano ed  il senso d’esser troppo assente affinché il bambino si senta protetto e stimolato è permanente. La realtà non  permette questa spaccata inventata da maschi sul tavolino della totale incompetenza, questo, ipocritamente, vien taciuto e di conseguenza la donna nella sua essenza vien taciuta.

Abnega il freddo come il caldo.

- proibito sudare, rabbrividire, camminare sotto la pioggia senza ombrello, sentirsi il corpo adosso, vivo. Stare all’ombra quando il sole brucia,  invece con le creme solari in spiaggia.

Abnega la felicità profonda di un rapporto fra uomo e donna quando è privo di morale ed etica misogina e massificante.

– è ammesso nelle civiltà intrise di sistemi religiosi, suffragate da sistemi di prestito ad interesse realizzati per mezzo di “danaro”, quest’ultimo oramai ridotto a carta straccia in quanto privo di copertura in controvalore aureo, a dettare legge sulle coppie ( fin dentro le lenzuola)  riducendo l’uno schiavo dell’altro. Aizzando controversie che non hanno niente a che fare con quell’originario fine per cui due si completano nella loro diversità, deliberatamente scegliendosi, completandosi.

Ci sono cose buone nei sistemi civili, molte da ripensare, correggere e modificare moltissime da demolire.

La natura ci ha partorito, ignorare i suoi dettami biologici conosciuti, ma vorrei evidenziare l’incognita dello sconosciuto, è un grave errore per la nostra salute, pertanto son felice delle tue escursioni sempre che tu non sparisca completamente nei boschi. Ne sei a rischio.

Karin

Quello del perdersi in città mi sembra un giuoco onirico “fugailo (fuggire)” della realtà a pari di chi proclama la pari dignità delle donne nella religione quando non si è visto da 2000 anni da questa parte una papessa cattolica o un Imam donna.

Prima si stende una certa foglia d’idee, dogmi, insediamenti urbani  e poi hai la “libertà” o meglio ancora il proibito gusto (!) di perdertivi dentro. Ma l’imprevisto è sempre su questa foglia culturale gia preconfezionata. No Paolo, non trovo niente d’eccitante nel perdermi nelle  urbanizzazioni. Non sono vive. Spesso son spigolose. Ancor più spesso sono piccole, troppo piccoli e troppo rumorosi i spazi per il fabbisogno d’un uomo, quando c’è uno spazio adeguato “puzza” cosi tanto d’uomo, che ti sembra d’averlo davanti a te pur stando da solo. Quando c’è del verde è addomesticato, per carità che nessuno possa inciampare! Dovrebbe essere uno strumento per meglio vivere le nostre essenze, osserva i bambini, manco sanno correre, saltare, fare delle capovolte. Chiedi ad Alberto in che stato fisico arrivano. Sembrano pulcini a cui son state tagliate le ali incapaci a connettere mente e corpo perché non c’è spazio per muovere e scoprire di avere un corpo.

Mi piacerebbe che ti perdessi e ritrovassi (!) nella natura e di riflesso consapevolizzassi e condensassi questo nella tua creatività d’urbanizzatore.

Karin

marzia wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 06-30-2009 14:10

complimenti per il traguardo raggiunto!

Se ci pensi un pò, ti accorgerai che hai doti per diventare uno Sciamano...chissà, aspettiamo fiduciosi

Francesco Martino wrote re: Salviamo il selvaggio che c'è in noi
on 07-01-2009 5:51

Grande Alberts... a proposito di questo argomento, vi segnalo un libro spettacolare. "The Book - On the Taboo Against Knowing Who You Are" (1966). L'autore è Alan Watts

Ciau!

Personal Trainer Alberto Fatticcioni wrote Sabato 27 Marzo 2010 trekking sul Monte Giovi
on 03-24-2010 7:36

Si parte! Sabato 27 Marzo insieme al mio collega "Guida Ambientale Escursionistica " Giulio

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